Generazione Diomede

Nel IV libro dell’Iliade (370-402), Agamennone striglia l’esercito messo in riga. Ha da poco accolto Macaone ferito, e quella vista lo ha reso voglioso di vendetta. Rincuora i soldati che maggiormente si sono distinti in battaglia, ma non manca di accusare chi, a suo avviso, non sta combattendo con impegno e ardore. La critica è rivolta principalmente a Odisseo, ma sul finire dell’invettiva, Agamennone riprende Diomede, e lo fa in un modo piuttosto subdolo. Dapprima cita l’intera stirpe del giovane principe argivo fino a suo padre, Tideo re di Argo, valente guerriero. Quindi paragona Diomede al padre, di cui seppur superiore nella parola non è degno erede nell’arte marziale.

Diomede incassa il colpo in silenzio. Al suo fianco c’è Stenelo, un altro principe di Argo (sono sette, quelli che poi muoveranno contro Tebe), che lo spinge a rispondere alle parole di Agamennone. Diomede però rimbrotta l’amico: entrambi non hanno ancora fatto alcuna impresa di valore, per cui non hanno argomenti per contraddire il re di Micene.

Nei libri V e VI Diomede si riscatta in battaglia, compiendo numerose imprese. Tra esse, l’uccisione dei fratelli Xanto e Toone, dell’arciere Pandaro, di Dreso e del ricco Assilo. Si scontra anche con Enea, e starebbe per ucciderlo se Afrodite non intervenisse a proteggere il figlio. Diomede non si lascia intimorire dalla divinità e la ferisce ad una mano. Intervengono Apollo, che porta in salvo Afrodite, e Ares, che sfida Diomede in duello, ma anche il dio della guerra ne esce ferito al ventre e si ritira. La furia di Diomede è tale che Apollo ammonisce a non osar sfidare gli dei.
Nel VI libro vi è anche il famoso episodio di Diomede e Glauco, che si scambiano le armi. Nel presentarsi a Glauco, Diomede cita per la prima volta l’intera sua stirpe (215-231), al quale segue il rito di amicizia e xenìa.

Nel IX libro, dopo l’ennesimo attacco fallito alle mura di Troia, Agamennone raduna in assemblea gli Achei. È disperato. La città asiatica sembra imprendibile, non resta che correre alle navi e abbandonare questa terra per sempre. Lo sconforto pervade il congresso acheo. È Diomede ad alzarsi per primo e parlare (17-49). Accusa Agamennone di aver perso il senno, se davvero vuole lasciar perdere l’impresa. Inoltre, cita l’episodio del IV libro, quando il re degli Achei gli diede del codardo. Diomede conclude la sua peroratio con un incitamento a riprendere la guerra, e l’ardore delle parole non è dissimile da quello usato in battaglia. L’effetto che esse hanno sull’assemblea è rigenerante, i principi riuniti si compattano in un applauso. Alla fine del suo intervento, segue quello di Nestore re di Pilo. Dopo il re più giovane, il re più anziano. Nestore loda l’abilità oratoria di Diomede, non inferiore a quella bellica. E corrobora l’idea del giovane argivo, riprendere la guerra, prendere Troia. Agamennone resta in silenzio sul suo trono, mentre l’assemblea acclama il giovane guerriero.

Tra quel primo discorso (IV) e quest’ultimo (IX) ci sono le imprese di Diomede, di guerra e cavalleria. Ma c’è anche la famiglia di Diomede. Nel primo discorso, Agamennone estromette Diomede dalla sua discendenza. Nel VI libro, Diomede si riappropria delle sue origini quando si presenta a Glauco. Lo può fare perché si è distinto in battaglia, perché – potremmo dire oggi – ha un curriculum vitae. Questi gli permette, infine, di rimbrottare Agamennone, di lavare le accuse del re degli Achei. Il suo intervento guadagna l’approvazione dell’assemblea e di Nestore, che rappresenta l’anzianità e la saggezza. Tra le due generazioni – quella ormai verso la pensione e quella che cerca di sbocciare – si crea un legame che estromette quella di mezzo, la generazione al potere.

Ci dev’essere stato questo ragionamento, mi permetto di immaginare, dietro un articolo del Prof. Maurizio Bettini, apparso su Repubblica all’indomani del discorso di Matteo Renzi sulla Generazione Telemaco a Strasburgo.
Diomede è l’unico eroe acheo costretto a recitare il suo curriculum vitae prima di parlare, ovvero la sua stirpe, quel ghenos su cui si regge la reputazione di un eroe greco.
Così, la nostra generazione annovera decine di principi che non hanno diritto di parola. Essi siedono in silenzio accanto ai re di lungo corso, senza che gli venga dato spazio. Solo la recitazione di un curriculum oltremodo prestigioso (sfidare gli dei!) permette al giovane Diomede (che è già erede al trono) di rispondere ad Agamennone.
Se esiste una Generazione Telemaco, di giovani ancora adolescenti che stentano a divenire uomini, ovvero passare da studenti a professionisti, esiste anche una Generazione Diomede: professionisti giovani e motivati ai quali non è data alcuna chance. Molti di essi hanno un curriculum di tutto rispetto e nessuna occasione per dimostrarlo. Peggio, nessun occasione per poter esprimere idee, paure, proteste.

Telemaco trova la forza per rispondere ai Proci, per diventare adulto, autonomo, “giusto erede”. Diomede è principe ma senza regno, titolato ma senza spazio. Il nostro paese, come molti europei, vive una profonda crisi che tocca soprattutto noi umanisti, costretti ad accumulare esperienza in attesa che qualcosa si sblocchi. Il recente concorso del Mibact è una boccata d’aria prima di una nuova, lunga apnea.

È il caso che la generazione Agamennone capisca che senza i Diomede e i Telemaco rischiamo l’implosione. L’emigrazione in massa di professionisti nostrani è il sintomo della crisi, non la soluzione. Il paese si svuota, così come calano le iscrizioni nelle università. Urge quanto prima lasciare spazio a menti e forze nuove. Se non vorranno farlo per filantropia verso il prossimo, lo facciano almeno per amore del nostro patrimonio culturale.

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