L’archeologo è un lavoro (quasi) come gli altri

Partiamo da un assunto, che è già ben esplicitato dal titolo: l’archeologo è un lavoro come gli altri.

Cosa vuol dire? Nulla più o di meno di quanto dice, ovvero che l’archeologia è una professione come qualsiasi altra nella nostra società.

L’archeologia non è una passionePer passione si fa altro. E’ un lavoro che si può avere la fortuna (o la sfortuna) di fare, dietro il quale c’è enorme sacrificio.
L’archeologia prevede un sapere teorico alla base che si acquisisce in un lungo lasso di tempo, come per ogni professionista. Vi sono studi ed esperienze, step da superare, risultati da ottenere, certificati da collezionare, ore di lavoro da fare. Sono le prerogative di una professione, e non di una passione, che invece si fa nel tempo libero, senza dar conto a nessuno, senza una precisa professionalità, senza alcun riconoscimento, senza guadagno. Io, ad esempio, per leggere i fumetti di Corto Maltese non ho bisogno di nessun tesserino o diploma, sebbene mi reputi un discreto conoscitore della materia.

Non siamo inutili. In una società che vuole definirsi evoluta abbiamo un ruolo importante. Apparteniamo alla sfera della formazione dell’uomo, nella quale non occupiamo né un posto privilegiato né l’ultimo gradino. Ci occupiamo dell’identità storica di un popolo, dei suoi contatti, di come si è voluto rappresentare o, anche più semplicemente, di come ha deciso di costruire le proprie case nel tempo. Molte volte la nostra disciplina è stata oggetto di speculazioni politiche ed economiche, e molte volte siamo intervenuti per difenderla.
Concorriamo – scoprendo, conservando e valorizzando il patrimonio – a creare un’identità e ad influenzare la coscienza, come molti altri professionisti della cultura e dell’istruzione.

Togliamoci di dosso, perciò, il senso di colpa della nostra scelta. Abbiamo un ruolo preciso, che affonda le radici nel XVIII secolo, che ha saputo interagire con la società in modo proficuo. Chiedere il nostro posto nel mondo non dev’essere una vergogna, o un piacere che qualcuno deve farci: è la giusta contropartita per gli studi che la nostra società ci ha offerto. Perciò, pretendiamo lo spazio che ci meritiamo.

Togliamoci di dosso anche l’austerità di chi conserva un sapere esoterico ed esclusivo, come allievi di una scuola pitagorica che insegna solo a persone sceltissime. Nella piramide di Maslow siamo in cima, non alla base. La società ha bisogno di noi dopo moltissime altre cose. Molti colleghi, persino alcuni studenti, si adombrano in un’albagia da vecchi saggi del tempio. Coi contratti che ci propinano, col futuro che ci attende, questa austerità può sembrare persino ridicola, visto che molti operai fanno una vita più dignitosa della nostra.

Essere in cima alla piramide dei bisogni dell’uomo, tuttavia, non è un modo per svalutare la disciplina. Al massimo, è un errore il contrario: credere che l’archeologia sia da accostare alla necessità di mangiare o di avere una casa. L’errore più comune che possiamo fare è quello di credere che l’archeologia sia data per scontata, che non debba evolversi, leggere il presente, dialogare con ciò che archeologia non è.
Se continuiamo a pensarlo, non riusciremo facilmente a far capire alla società perché siamo qui.

Come professione, però, siamo alla periferia del cerchio sociale. Quando le cose vanno male, siamo tra i primi ad essere tagliati, anche nelle società più virtuose. Per cui è nostra premura spiegare perché possiamo avere il nostro posto nella società, e lo possiamo fare solo se siamo capaci di parlare a tutti. Chiuderci nel nostro sacrario personale, isolarci dal mondo esterno, autoproclamarci dotti non farà altro che facilitare il lavoro di chi ci vuole eliminare.

Come ogni lavoro, l’archeologia deve essere pienamente immersa nella società. Se noi sapremo farlo nel nostro piccolo, allora potremo portare con maggiore forza le istanze contro i governi che credono che la cultura sia un fastidio.

Come ogni lavoro, l’archeologia è remunerata. Se non siamo pagati, non siamo archeologi, ma volontari. Ogni volta che accettiamo un lavoro gratuito, autorizziamo la società a vederci come complementi di arredo. Ogni volta che accettiamo di lavorare gratis (o a cifre ridicole), dimezziamo le possibilità di vivere dignitosamente delle nostre competenze.

Spero che nessuno si arrabbi per queste parole. Sono riflessioni su argomenti noti a tutti.
Dividerci su questi problemi, comuni a noi tutti, ci rende ancora più deboli e invisibili all’esterno, facendo il gioco di chi ci vede come un fastidio invece che come una risorsa.

Annunci

One thought on “L’archeologo è un lavoro (quasi) come gli altri

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...