Appunti dalla BMTA 2014

Non sono la persona più adatta a raccontare qualcosa intorno alla BMTA 2014 (XVII Borsa del Turismo Archeologico di Paestum), perché ci sono stato un solo giorno, a differenza degli altri anni. E in un solo giorno o si colgono subito i punti essenziali o si è capito ben poco. Ma la faccio breve.

È stata un’esperienza molto bella: se non fossi stato invitato a parlare da Alessandro Pintucci e Tommaso Magliaro, manco mi ci sarei presentato (sono in procinto di trasferirmi e ho alcune consegne per il dottorato entro quindici giorni). I ragazzi della CIA invece, che ringrazio nuovamente, mi hanno dato un ottimo spunto per raccontare temi cari a tutti noi archeologi (ed io ho parlato della formazione dell’archeologo, di cui qui trovare un articolo).

È stato un momento formativo importante, dove ho incontrato colleghi più navigati di me con cui condividere idee e problemi (atavici) della nostra professione. Una professione di fede, per dirla come il titolo del convegno.

Non credo siano queste difficoltà a spaventare noi archeologi, in formazione o in attività già da anni. Sapevamo del percorso impervio e delle mancanze dello Stato centrale e locale nella tutela del Patrimonio. Non sapevamo che avremmo dovuto più volte mettere la parte la dignità di professionisti per fare ciò che sappiamo (e amiamo) fare.

Questo ci lascia sgomenti.
Ciononostante, la BMTA mi ha dimostrato che gli archeologi sono una rosa composta da centinaia di petali, tutti diversi ma componenti lo stesso fiore: dagli archeologi da campo a quelli della ricerca accademica, a chi si occupa di bambini, chi di musei, chi di comunicazione, chi è storico dell’arte e chi traduce lingue antiche. E’ un intero universo messo da parte, che ha scelto un mondo altro dal nostro proprio per comprendere il nostro. Non siamo diversi da Darwin che lasciava la sua Inghilterra per finire dall’altro capo del mondo, per capire da dove veniva la cultura occidentale, allora all’apice della sua autoconsapevolezza di civiltà migliore e dominante.

E’ un lavoro importante perché, prima ancora di dare risposte, progettiamo le domande. E’ sulle domande che si generano le tensioni necessarie perché una società sia dinamica, si confronti, si relazioni. La stasi(s), all’italiana e alla greca, non ci piace.

Tuttavia, negli archeologi c’è una debolezza intrinseca, e gli interventi di Pintucci e D’Amore lo hanno messo in evidenza: non sappiamo dire chi siamo, e fino a un decennio fa non c’interessava neanche. Non abbiamo saputo dire ai non archeologi cosa facessimo e perché riempissimo i musei di tutti quei reperti, ben presto divenuti ossari di storia. Non abbiamo saputo dire ai nostri colleghi che le nostra forza è l’unione, che siamo troppo pochi e troppo malvisti per restare sparpagliati. Non abbiamo saputo creare un’associazione che unisca gli intenti, che si poggi quanto meno su un humus comune – senza eliminare i propri orientamenti – frammentandoci in tante associazioni che confondono chi si avvicina a questa professione.

Abbiamo sbagliato in molte cose, e quando non produci ricchezza materiale e per di più appartieni ad una minoranza, sei subito additato come il nemico del popolo (e delle metropolitane).

Il mio contesto di formazione era altamente competitivo. Gli aspiranti archeologi si facevano le scarpe l’un l’altro come se lavorassero da Lehman Brothers. Come se la penuria di lavoro e le condizioni dello stesso non bastassero. Venendo da Lettere, dove tutto ciò non c’era, rimanevo basito. Era il sistema a renderli così.
Ecco, se non ristrutturiamo la mentalità e quindi i suoi effetti materiali (istituzioni), non ne usciamo più. Il mondo che ha creato questo modo d’intendere l’archeologia (elitaria, sapienziale da un lato, inutile, noiosa dall’altro) è biologicamente al termine della sua vita. Ma resta nei posti decisionali come re Lear al suo trono, e non è raro incontrare trentenni e quarantenni ragionare come cinquant’anni fa.

Perciò chi mina l’archeologia è soprattutto che vi è dentro ma non è solidale, asseconda le strutture che stanno affossando la disciplina, è prono ai servigi politici. Minano la disciplina la mancanza di collaborazione tra professionisti, le torri d’avorio, i presidi accademici invalicabili, i musei deserti e “non comunicanti”. Questi sono i primi responsabili di un’intera classe di professionisti allo sbaraglio, ovvero noi.

Queste cose non si leggono spesso. Chi le scrive rischia l’ostracismo, poiché pensa di cambiare un sistema cementato da un secolo. E’ un’idea folle, quella di cambiare. Questo è il gioco e queste le regole (che non decidiamo noi ultimi arrivati): o ti sta bene o te ne vai (e quello che in sintesi, anche se a malincuore, mi ha detto un’amica).
Preferisco però fare come Telemaco, rimasto troppo a lungo chiuso in una stanza mentre altri mangiano il suo futuro: avere il coraggio di urlare ai Proci che se ne devono andare.

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One thought on “Appunti dalla BMTA 2014

  1. Carissimo Alessandro, ho seguito il tuo intervento dalla platea e mi rammarico del fatto che sia riuscito a parlarti poco e frettolosamente a margine dell’incontro.
    Sinceramente trovo il tuo modo di ragionare assolutamente condivisibile sotto tutti i punti di vista. Io rappresento le imprese archeologiche in CNA ma ti assicuro che mi ritrovo in molte delle tue opinioni.
    Una carriera in archeologia “in cantiere permanente” e una da ricercatore non sono necessariamente in contrasto e anzi trovo che siano l’una il completamento dell’altra.
    Questo perché non esistono archeologie di serie A o B e ormai con i tempi che corrono a livello di lavoro non possiamo più permetterci di dare retta a chi ci vuole mettere uno contro l’altro.
    Come ho detto nel mio intervento nell’incontro del 31/10 Archeologia, il vero rischio è fare impresa, sono a disposizione di chiunque voglia dare una svolta positiva al nostro mondo, lasciando perdere provocazioni infantili e visioni a scartamento ridotto della nostra attività e più in genere della nostra economia

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