Museo archeologico: quando la cultura non sa parlare

Sono meno di due mesi che si è insediato Massimo Osanna a capo della Soprintendenza di Pompei ed Ercolano, nata nello scorso agosto e attiva de facto da febbraio. E non senza uno strascico di polemiche, per la scelta del professore lucano al posto di Teresa Elena Cinquantaquattro, che ora si occupa solo di Napoli e provincia.

In piena scissione, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli – il MANN – prosegue i suoi “incontri di archeologia”, conferenze che vertono su diversi temi del mondo antico, quali il sistema economico e produttivo della pittura romana, le gigantomachie, la cucina. A questi si abbinano alcuni incontri per ragazzi e qualche collaborazione con artisti locali. Si è anche organizzato un cineforum di film storici, tra cui “Alessandro il Grande” di Rossen (1956), “La colonna di Traiano” di Dragan (1968), “La Passione di Giovanna d’Arco” di Dreyer (1928), “Cesare deve morire” dei fratelli Taviani (2012), sebbene quest’ultimo non sia un film storico.

Guardando i dati dei visitatori del museo forniti dal Sistan, il Sistema Statistico Nazionale, negli ultimi dieci anni il MANN non ha superato i trecentododicimila annui. Numeri non dissimili da quelli dei musei archeologici del Lazio, ma fortemente inferiori agli Uffizi, che nel 2012 ha fatto un milione e settecentomila visitatori. Ma il confronto più interessante è con gli scavi di Pompei, da dove viene un’intera collezione del MANN: la città vesuviana ha avuto più di due milioni e trecentododicimila visitatori nel 2012, per più di diciannove milioni di euro lordi di ricavi. Fanno riflettere questi due milioni di visitatori di differenza tra il sito di rinvenimento e il luogo dove questi oggetti sono conservati, soprattutto alla luce dell’unicità dei pezzi del museo.

A guardarlo da fuori, il MANN è quasi evanescente. La comunicazione è di vecchio tipo: il sito istituzionale è interno a quello della soprintendenza, come se fosse un ufficio della stessa. Si sottovaluta l’importanza di un sito apposito per il museo, con un logo che rimandi subito a quella istituzione. A siti farraginosi come quelli istituzionali, nessuno si affeziona. Il museo ha anche una pagina Facebook, che interagisce con gli utenti – meno di quattromila – postando alcune foto e le iniziative che provengono dal Mibact. Il MADRE, che un proprio sito ce l’ha, ha dodicimila e cinquecento utenti su Facebook. Persino il modesto museo archeologico di Milano ha più utenti di quello napoletano. Il museo è poi inesistente sugli altri social network che permettono pubblicità e fidelizzazione a costi ridotti. E non basterebbe esserci: bisognerebbe essere presenti, coinvolgere l’utenza, pubblicizzare maggiormente gli eventi.

Marco De Gemmis, che cura i servizi educativi, racconta le difficoltà del museo, legate ai pochi fondi e a una città che non riesce ad attirare i turisti che merita. Eppure, gli “incontri di archeologia” a metà strada tra divulgazione e studi specialistici, non attirano né gli specialisti né i curiosi; conferenze fuori target per relatori che parlano dinanzi a un pubblico di circa sessanta persone di media. I titoli di nicchia del cineforum non aiutano nella ricerca di nuovi utenti, che sono composti da un pubblico trasversale che pone al museo più domande di quante lo stesso si aspetti. Un film come “Pompei”, prodotto dalla BBC, che è stato proiettato a pagamento al museo archeologico di Salerno con grande successo, avvicinerebbe molte più persone, e per quanto lo stesso risulti scientificamente poco attendibile, metterebbe le persone in contatto con una realtà la cui autorevolezza scientifica non si discute.

Alcuni corti realizzati da Massimo Andrei di “Snack”, nel 2010, all’interno di una serie che in un minuto racconta, in modo semiserio, alcuni problemi di vario ordine (dal vivere civile alla morale, al costume, ai luoghi della città), hanno portato qualche risultato: i visitatori sono passati da 289.000 a 294.000 nel 2011, a 303.000 nel 2012, fino ai 308.000 del 2013. È  pur vero, tuttavia, come le indagini del Sistan evidenziano, che c’è un trend crescente di visitatori nel museo, e i corti possono avere accelerato la crescita di novemila visitatori per il 2012, per poi rallentare a cinquemila l’anno successivo. Mancando una progettazione annuale, queste esperienze rischiano di essere fini a se stesse e l’effetto si esaurisce in pochi anni. L’utente si fidelizza a una struttura quando essa è spesso presente. E succede soprattutto con i bambini, che nei musei archeologici di Chieti e Salerno trovano molte attività, con programmazione annuale, utilizzando spazi appositi e anche una cartellonistica adatta ai più giovani. La GAMEC di Bergamo, museo d’arte contemporanea, ha anche inserito al suo interno guide delle principali minoranze etniche cittadine, quali romeni, ucraini, nigeriani, per favorirne l’integrazione.

Di queste cose il MANN sembra a digiuno, nonostante la crisi di fondi colpisca anche gli altri musei statali. Mancano anche i servizi: si parla di un bar e di un ristorante in un “braccio nuovo” del museo da dieci anni, senza risultato. De Gemmis sottolinea, come ulteriore ostacolo al turista, anche la scarsa sicurezza della città. Non che Roma goda di condizioni migliori, e nemmeno Pompei: eppure queste città hanno molti più visitatori del MANN, che soffre, come già accennato, rispetto al più piccolo MADRE, a poche centinaia di metri.

Dietro questo poderoso sacrario semideserto, colmo di oggetti unici e bellissimi, vi è anche la strana situazione italiana in cui il direttore del museo, la direzione regionale dei beni culturali, il polo museale e la soprintendenza si trovano ad amministrare lo stesso museo, con poteri e funzioni che si sovrappongono e incrociano. È vero che i tagli alla cultura hanno messo in ginocchio gli enti culturali statali, ma è pur vero che per il MANN, dall’anno della crisi – il 2008 – a oggi, i visitatori sono aumentati di tredicimila unità. L’impressione è che il museo sia immobile, e i flussi dei visitatori non dipendano da quanto fa il museo, ma da quello che i turisti scelgono. Un museo deserto anche di napoletani, che non hanno mai visto in questa istituzione un punto di riferimento culturale.

E non si tratta di richiamare i pur importanti fattori economici che un museo che ha potenziali dieci volte superiori agli attuali possa sviluppare: si tratta di chiedere, come cittadini, l’impegno civile di un’importante istituzione culturale in seno alla società, che esca fuori dall’isolamento e dialoghi con le persone, utilizzando tutti i mezzi che oggi le persone usano per comunicare. Se resta il salotto privato di una ristrettissima cerchia, rischia davvero di essere un spesa inutile per le casse statali. (alessandro cocorullo – articolo tratto da napolimonitor.it)

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