Abbiamo bisogno di “archeologi medi”

Vorrei premettere a questa riflessione la mia formazione accademica.
Ho sempre avuto in mente di fare Archeologia, ma scelsi alla triennale Lettere Classiche, perché volevo innanzitutto avere una conoscenze approfondita della cultura latina e greca, che è impossibile senza le lingue antiche. Su queste basi, ho costruito la mia Specialistica in Archeologia. E rifarei la scelta.

Premessa la mia natura ibrida, dunque, ho riflettuto su una cosa: un archeologo in Italia che voglia ritenere completato il suo percorso formativo per sperare di trovare un lavoro deve studiare 10 anni almeno.
Cinque di università, due di specializzazione e tre di dottorato. Solo così il percorso è riconosciuto, soprattutto dall’università, come completo. E spesso un curriculum del genere è richiesto anche dalle Cooperative di scavo.

Mi ha fatto riflettere che un percorso di un archeologo duri quanto quello di un medico che, già generico, si specializza anche in una branca. E forse questa discrasia è il campanello d’allarme di un iter di studi ancora poco chiaro.

Sul sito della CIA gli archeologi votano un sondaggio che chiede loro chi si possa definire archeologo: per il 32% basta la laurea, per il 22% la laurea più l’esperienza. La metà degli utenti ritiene dunque la Scuola di Specializzazione come non fondamentale alla formazione.
La scuola nacque per sopperire alle mancanze di lettere in campo archeologico, allungando a sette gli anni di studio totali. Oggi, nonostante esista un percorso di studi ad hoc, essa continua ad esistere, sebbene il numero di partecipanti all’esame di ammissione sia puntualmente inferiore al numero di posti offerti (così almeno per l’Università Federico II di Napoli). Un dato che i professori della stessa sembrano ignorare.

Perché ripetere altri due anni di università? Il percorso di archeologia in Italia è ancora un po’ confuso. La disciplina è ritenuta ancora fortemente umanistica, e si tralasciano molti aspetti tecnici. I programmi universitari sembrano indecisi se formare un esperto di cultura antica, con conoscenze linguistiche, o un tecnico da scavo, e creano un essere a metà.

L’impressione è che l’università, dopo averti dato informazioni generiche, provi a recuperare con la Scuola di Specializzazione, e poi proponga il dottorato, sfornando un professionista, nella migliore delle ipotesi, a trent’anni. E se uno non volesse studiare tutti questi anni? Può la sola laurea essere sufficiente per mettere un professionista sul mercato del lavoro? Stando a concorsi e bandi, pare di no.

Vige ancora l’idea crociana dello studioso che deve raccogliere tutto il sapere in se. Un intellettuale capace di cambiare la storia della disciplina. Chi scrive non è certo contro chi voglia intraprendere questo percorso, ma è soprattutto a favore di chi si vuole mettere sullo scavo con le competenze necessarie per essere spendibile; per chi vuole dedicarsi ad un percorso “meno nobile” ma non per questo meno importante.
Una divisione delle carriere presente già nelle discipline scientifiche e che nell’archeologia inglese ha un valido esempio.

L’inesistenza della professione dell’archeologo, poi, alimenta la farraginosità del percorso, che diventa nebuloso e nel quale gli studenti spesso si perdono. Molti si buttano nella Scuola per mancanza di alternative, seppure senza entusiasmo.

Va da se che rallentamenti di diverso genere, il numero limitato di posti per un dottorato e le difficoltà dell’università trascinano gli studenti – potenziali professionisti già da alcuni anni – ad essere studenti ancora a 35 anni suonati, troppo vecchi per un altro lavoro e allora appesi disperatamente all’università alla quale hanno consacrato la vita, fatta di sacrifici e pochissime soddisfazioni – e dalla quale pretendono, e giustamente, un riconoscimento lavorativo. E di questo processo i professori non sono certo senza responsabilità.

Infine, una formazione continuamente autoreferenziale, protratta sempre dalle stesse persone, produce super esperti di marmi o di tombe, che però non hanno mai messo il naso fuori l’università, non sanno come funzioni un museo, né chi siano e cosa vogliano le persone che lo frequentano, che sono il fine ultimo della ricerca archeologica: rendere patrimonio di tutti le scoperte che vengono dalla terra.

In un momento di forte crisi per la cultura, in termini di investimenti, l’università forse deve fare la sua parte, scendere dal piedistallo e ascoltare le esigenze degli studenti. E’ necessario creare un percorso diversificato e chiaro, che permetta allo studente di incanalarsi fin da subito nell’archeologia da campo o nella storia dell’arte antica e, a sua volta, che gli permetta da un lato di specializzarsi velocemente in un settore (ceramica, metalli, statuaria, arte musiva, antropologia forense, tecnologia per l’archeologia…) così da poter subito essere impiegato sullo scavo, mentre dall’altro lo stimoli affinché aumenti il suo bagaglio di nozioni nel caso voglia continuare gli studi, diversificandole il più possibile, onde evitare di saper fare una cosa sola.

Insomma, abbiamo bisogno anche  di archeologi medi, ottimi professionisti che sappiano scavare e catalogare come nozioni di base, e che possano camminare sulle proprie gambe già dopo i cinque anni di università.
E’ il piccolo grande contributo che l’Università può dare in favore della ripresa del nostro settore.

Bristol-archaeology

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9 thoughts on “Abbiamo bisogno di “archeologi medi”

  1. Non posso che essere d’accordo con te. Io sono fuori corso nella triennale di Conservazione dei Beni Culturali e ho scelto di esserlo per poter fare quanti più scavi possibile. E scavando si finisce inevitabilmente fuori corso. Pur non avendo ancora in mano una laurea – che comunque punto ad ottenere a breve – ho avuto le mie soddisfazioni in ambito accademico. I prof mi chiamano per gli scavi per i quali non aprono un bando, collaboro come responsabile di alcuni materiali per uno scavo extrauniversitario per il quale, purtroppo, non sono pagata perché è autofinanziato da chi ha messo in piedi il progetto (e questa persona è mortificata all’idea di farci lavorare solo per vitto e alloggio). E quando mi guardo attorno vedo che la maggior parte dei ragazzi che hanno completato gli studi in tempo, e a volte in anticipo, poi non hanno una vaga idea di come lavorare sul campo perché hanno fatto il minimo necessario per l’acquisizione di quei 6 cfu obbligatori per la laurea. Credo che in tutto ciò ci sia un grave errore di fondo.

    1. Io sono per una formazione molto libera. Lasciare allo studente uno spettro chiaro di esami a scelta per decidere in cosa specializzarsi. Irrigidire il percorso – che, invero, non è nemmeno ufficiale, ma “ufficioso” – rende la vita dell’archeologo impossibile. Magari se guardassimo oltremanica, lì dove l’archeologia moderna è nata, potremmo trarne beneficio.
      Grazie per essere passata.

  2. Concordo appieno. Io sono all’inizio del mio percorso come archeologa (sono al secondo anno della triennale). Cerco di aggrapparmi a qualsiasi possibilità per lavorare sul campo, per cominciare a “farmi le ossa” sin da subito, nella speranza che ciò potrà essermi utile, anche se mi è costato fatica. Talvolta (diciamo sempre!) l’occasione di recarsi ad uno scavo combacia perfettamente con le sessioni d’esame, ed allora si è costretti a fare una scelta. Senza contare i corsi universitari, spesso vaghi, a volte ripetitivi e che solo con molte difficoltà permettono allo studente di definire un proprio percorso. Se non la triennale, almeno la magistrale dovrebbe essere pensata su misura dello studente, dovrebbe poter fornire delle competenze specifiche, in grado di plasmare una figura specialistica. Insomma, una triennale che ponga le fondamenta e che permetta di gettare uno sguardo generale al mondo dell’archeologia, che dia quella componente versatile ed eterogenea a mio parere fondamentale (e che ovviamente ti permetta di scegliere la specializzazione). D’altra parte una magistrale meglio strutturata, con percorsi più specifici e meglio definiti… è chiedere troppo?
    Beh, in ogni caso ho scoperto questo blog da poco e sono molto felice di esserci capitata. Hai guadagnato una nuova follower 😉

  3. Leggere il tuo post, mi ha fatto tirare un sospiro di sollievo, perché hai reso bene pensieri che già da un po’ mi frullano per la testa. Ho preso la Triennale e la Specialistica in Archeologia e mi sono ritrovata a fare, nel secondo percorso, spesso le stesse cose, alcune delle quali non più guardate/utilizzate dopo l’esame. Attualmente lavoro da quasi due anni in una cooperativa, che mi stimola a mettermi in gioco in diverse tipologie di intervento e in contesti storici differenti, e per forza di cose mi tengo aggiornata per recuperare quello che non so e avere un’infarinatura di tutto. Eppure in conti fatti non sono ancora abbastanza, i titoli sono insufficienti per un qualsiasi concorso, anche se mi ritengo comunque una “professionista”.

    Penso ad una Scuola di Specializzazione o un Dottorato, ma solo per quel pezzo di carta che mi manca e non per voglia di fare un percorso universitario.. e questo mi fa davvero arrabbiare, perché è come se il sistema mi ritenesse un’archeologa di serie B.

    Grazie per le tue parole.
    Mi fanno sentire meno sola.. 😉

    1. Ciao Serena, grazie a te per essere passata e per le tue belle parole. La nostra è una “vexata quaestio” che purtroppo trova opposizioni in ambiente accademico ancor prima che in quello politico. Per quanto io abbia una formazione crociana, e mi senta più portato per essere un teorico, ho sempre trovato non coerente che persone come te, validi professionisti, dovessero impegolarsi in percorsi lunghi e per i quali non nutrono interesse.
      E’ come se in Italia qualcuno avesse decretato cos’è l’Archeologia, dandone un’unica dimensione possibile, e abbia tracciato l’unica strada da seguire. Una limitazione che un paese come il nostro non può permettersi.

  4. Ciao, ho cominciato a leggere il tuo blog solo oggi e sono d’accordo con tutto quello che dici. Mi sono laureata a Febbraio e subito dopo la Magristrale ho seguito un corso di archeometria, materia che nella mia Università non esiste e che ritenevo necessario per la mia formazione, come altri esami più tecnici di cui ho sempre sentito un gran bisogno. Da Giugno a Ottobre ho fatto 3/4 mesi di scavi, laboratori e ricognizioni in tutta Italia per conoscere altre realtà, altri metodi di lavoro, altri studenti e capire cosa mi mancava e cosa avrei potuto fare per colmare le mie lacune. Ho ripetuto urbi et orbi che MAI avrei fatto la Scuola di Specializzazione, piuttosto imparavo da utodidatta e mi mettevo a lavorare sul campo. E invece…ho dovuto capitolare! Nelle regioni del centro-sud non si lavora in cantiere senza la scuola e allo stesso tempo non posso partecipare a nessun tipo di bando o concorso pubblico indetto dal Miur, dalle Soprintendenze o dalle Università. Ora mi sto preparando per l’ esame in più di una città (ho fatto sondaggi tra i miei nuovi amici per capire quale Università fosse più “moderna” per non ripetere gli stessi esami) e intanto mando il curriculum a cooperative e società archeologiche per non passare altri due anni da studente puro. Da quando ero alla Triennale pensavo che la mia formazione non fosse completa, di avere bisogno anche di conoscenze tecniche e scientifiche, seguivo i laboratori ma non avevo esami ad hoc che mi permettessero di imparare decentemente i fondamenti dell’ archeozoologia piuttosto che il rilievo, quindi ho “imparato facendo” e ora, dopo anni di esami teorici (spesso basati su testi e idee degli anni ’60), proverò a completare finalmente quel bagaglio di conoscenze che mi serve per diventare un vero archeologo da campo e col “pezzo de carta” adeguato. Ce la possiamo fare?

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