Lo strano caso del “cane morto dal caldo”

La storia che segue è vera, in ogni sua parte.

pompei

Il 6 Novembre 2010, in seguito ad un violento temporale, crolla la Schola Armatorum di Pompei, e scoppia un caso di cui si parla ancora oggi, nei media di tutto il mondo.

Alcuni giorni dopo, un ventiduenne studente della Specialistica in Archeologia, ero in biblioteca a studiare.
D’improvviso squilla il cellulare: «Pronto? Sì dottoressa, mi dica. Chi? La polizia giudiziaria? E cosa vuole? Cercavano me? Ma cosa è successo? Ah, l’articolo su Pompei di alcuni mesi fa…vabbè, vedrò cosa vogliono».

Il ragazzo riattacca il telefono. Dall’altro capo dell’etere c’era la Direttrice de Lo Strillo, mensile per cui quel ragazzo scriveva, che aveva ricevuto una notifica di citazione in giudizio per mano di agenti della polizia giudiziaria, indirizzata al giovane laureando.

Non si sapeva altro, se non che c’entrava un articolo scritto alcuni mesi prima sulle condizioni di Pompei.
Quel giovane ventiduenne, ero io.

Procediamo con ordine. Nel 2010 scrivevo per un mensile napoletano, Lo Strillo, di piccola tiratura, occupandomi perlopiù di archeologia, e collezionavo articoli per ottenere il patentino di pubblicista. Quel 2010 non era iniziato alla grande: era infatti crollato un muro affrescato della Casa dei Casti Amanti, ben più prezioso del muro di restauro della Scuola dei Gladiatori, e il sottoscritto ci scrive un articolo.

Nell’estate di quello stesso anno, per motivi di studio legati alla tesi, comincio a frequentare il sito di Pompei, notando la gestione che l’allora Commissario Speciale Marcello Fiori aveva avviato per il rilancio del sito. Accompagnato da una guida, mi rendo conto di tutte le criticità del sito, dai nuovi portoni dell’iniziativa “Pompei Viva”, di ferro massiccio ancorati agli antichi muri, all’idea di “Adotta Meleagro”, un programma di assistenza ai cani randagi di Pompei gestito dalla LAV.

Proprio in questo excursus, vedendo i cani girare assetati e in cerca di riparo dal sole dell’estate campana, m’imbatto in un nutrito gruppo di ragazzini – forse americani – che affolla una sala delle Terme del Foro, scattando foto verso un angolino. Avvicinatomi, scorgo un cane disteso su un fianco, zampe dritte e irrigidite, bocca spalancata e occhi chiusi. Una posizione innaturale che aveva colpito tutti, e gli sguardi dei visitatori erano sgomenti. Scatto delle foto e continuo la mia perlustrazione.

Sul numero di Luglio de Lo Strillo esce il mio articolo, dal titolo “Ecco la fine di Meleagro”, con la foto del suddetto cane in prima pagina, e sotto la didascalia: cane “morto dal caldo” (qui il link dell’articolo, che va scaricato per essere letto).

L’articolo critica la gestione di Pompei, prima del famoso scandalo, quando ancora l’attenzione dei media non si era focalizzata sul sito campano. Tra le varie critiche, vi era quella alla gestione dei cani, spesso abbandonati e sofferenti.

E arriviamo a novembre. Dopo quella telefonata da parte della Direttrice, fui chiamato da un maresciallo dei carabinieri per andare a notificare l’atto in prefettura. Ricordo bene quel carabiniere: alto, brizzolato, sulla sessantina, con una pancia prominente. Mi accoglie gentile e tira fuori la mia pratica: «signor Cocorullo, lei è citato per diffamazione a mezzo stampa dalla LAV, che ha in gestione questi cani di Pompei…» «e per quale motivo?» «vede, dicono che il cane qui è rappresentato non è morto, ma è vivo» «ma io non ho mai detto che fosse morto…ho usato un’espressione proverbiale, per di più tra virgolette». Il militare fa spallucce, perplesso quanto me «mah…» e poi mi rassicura «ma io non credo che il dottore – il magistrato – farà procedere ad una causa del genere». Entro Natale era già fissata la prima udienza.

Comincia quindi un processo di due anni e mezzo, che verte attorno ad un’iperbole usata come didascalia ad una foto, con l’accusa formata dalla più importante associazione animalista italiana e l’accusato è un giovanissimo aspirante reporter e archeologo, un po’ intimorito.

Dopo l’udienza preliminare, che aveva accertato gli estremi per un processo, si prosegue con la spiegazione del caso, e si passa ai testimoni. Tuttavia, a causa di qualche vizio di procedura, o per qualche assenza, il processo andrà per le lunghe (come prevedibile). Io sarò presente a tutte le udienze, la LAV si farà viva solo per testimoniare, delegando sempre il suo avvocato.
Per chi non lo sapesse, la diffamazione a mezzo stampa è un reato penale.
Io dunque mi trovavo ad andare nella sezione penale del tribunale di Napoli, e ad attendere il mio turno, anticipato da un omicidio o seguito da una rapina con ferito. In mezzo, la storia di un cane “morto dal caldo”, che però non era morto.

Il caso volle, per di più, che quel cane si chiamasse proprio come l’iniziativa: Meleagro, rinfocolando le accuse della LAV sulla mia cattiva fede nel fare informazione.

A testimoni, la LAV chiama loro stessi: sia alcuni membri di Firenze, sede dell’associazione, sia un veterinario pompeiano che faceva gratuitamente i controlli ai cani, secondo scadenze periodiche. La LAV asserisce che Meleagro è vivo e sta benone. Durante il processo, emerge che i cani gestiti dalla LAV erano circa cinquanta, ognuno con un microchip (costato tra i cinque e i dieci euro) e con una cuccia ciascuno, costata al massimo centocinquanta euro. Le prestazione dei veterinari erano gratuite, e restava solo il mangime come spesa. La LAV, per la gestione di circa un anno, percepisce centodue mila euro dallo Stato.

Ricordo bene la protervia dei rappresentanti della LAV. Mi guardavano con un mezzo sorriso, quasi di scherno, criticando le mie capacità giornalistiche, ancora in formazione. Ero l’insetto che gli dava fastidio. Ma ero certo che anche una zecca, se ben agguerrita, poteva far impazzire un bisonte.

Frattanto, il caso Pompei era diventato un caso internazionale. Il dossier e i testimoni che intendo chiamare sono decine, da Santoro a Stella, e raccolgo testimonianze di giornali di tutto il mondo. Tutti, infatti, parlavano del disastro di Pompei, tra cui la cattiva gestione dei cani randagi, ma solo uno era stato denunciato, forse perché un piccolo professionista di un piccolo giornale.

Di tutti quei nomi, interverrà un giornalista del Mattino, anche lui a conoscenza dei “cani di Pompei”, avendo scritto un articolo in merito.

Sarà sufficiente. A Marzo 2013 un annoiato Pubblico Ministero legge l’accusa, con un mezzo sorriso, infastidito per tutto l’iter dal processo da una causa così inutile. Il Magistrato, che durante il processo aveva sostituito quello precedente, mi assolve perché “il fatto non sussiste”. Senza nemmeno bisogno di ascoltarmi, e ovviamente.

Questa è stata la storia kafkiana che mi ha visto impegnato fino a dopo la laurea della Specialistica, presentandomi in tribunale pubblicista e due volte dottore.

Ora che è uscita anche la sentenza, ho deciso di raccontarla. E non solo perché ci ho rimesso dei soldi e del tempo – spese condivise – ma soprattutto perché, prima di tutti, ho denunciato l’operato di Marcello Fiori, indagato nel 2012 dalla Guardia di Finanza di Torre Annunziata,e ho denunciato i disastri di Pompei, tra cui la gestione dei cani, di cui ha parlato Gian Antonio Stella lo scorso Dicembre.

Questo non mi ripaga di nulla, se non della mia tenacia e voglia di andare a fondo nelle cose, perché la ricerca e l’indagine sono cose serie. O almeno, così mi ha insegnato un antico maestro… “È questo il frutto delle indagini e dello studio, cui ho sottoposto i fatti antichi: materia difficile ad accertarsi, scrutando ogni singolo indizio e testimonianza man mano che si presentava. Poiché gli uomini in genere accolgono e tramandano fra loro, senza vagliarle criticamente anche se concernono vicende della propria terra, le memorie del passato. […] Così intraprendono molti, con troppa leggerezza, la ricerca della verità, e preferiscono arrestarsi agli elementi immediati, che non esigono applicazione e studio.
(Tucidide, Guerra del Peloponneso, I. 20)

Annunci

One thought on “Lo strano caso del “cane morto dal caldo”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...