Se il Museo è di tutti, c’è più lavoro per tutti

Il Museo Israel di Gerusalemme ha un’importante collezione archeologica, ma in città è noto soprattutto per i servizi educativi che offre ai bambini. Le famiglie israeliane portano abitualmente i figli al museo, che è ricco di un programma di eventi per tutte le fasce d’età.
Importante è l’edutainment, ovvero l’educare – divertendo, con cartoni animati creati ad hoc, come questo sulla storia della moneta:

L’INRAP, l’istituto nazionale francese per l’archeologia preventiva conosce bene le problematiche del settore, e di quanto gli archeologi si scontrino con i cantieri edili e i privati. L’istituto allora sensibilizza la popolazione sul tema dell’archeologia con diverse iniziative, tra cui le giornate nazionali dell’archeologia.
Ma questo non basta. La parte educativa è molto sentita, e sono stati prodotti circa una decina di cartoni animati in cui vengono spiegati ai più piccoli i diversi mestieri dell’archeologo: da quello generalista al ceramologo, all’antropologo, al paleopatologo.

Il Rijksmuseum di Amsterdam è un importante museo di arte olandese, che è stato chiuso dal 2003 al 2013 per lavori. Il 13 aprile viene inaugurata la nuova veste del museo, e l’evento è pubblicizzato con un flashmob in un centro commerciale di Amsterdam, facendone una trovata pubblicitaria straordinaria, che ha fatto familiarizzare il museo con i suoi cittadini.

Potrei continuare a lungo. Il gap tra i nostri musei e quelli stranieri è demoralizzante. Sono pochissimi i Musei particolarmente organizzati: la GAMeC di Bergamo (Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea), dove i servizi educativi sono molto sviluppati e di recente sono state ingaggiate guide turistiche delle minoranze etniche presenti in città (romeni, ucraini, nigeriani, algerini) per fare da guida ai loro connazionali, così da creare maggiore integrazione sociale.
Il Mart di Rovereto è molto avanti nella creazione di un brand nel territorio trentino, ed è un centro culturale dove andare con tutta la famiglia, organizzare conferenze, eventi, serate, oltre che visitare le opere. E questo fa sì che sia un museo con grande autonomia economica e bilanci sempre in positivo.

Salvo queste e poche altre eccezioni, molti musei, e mi riferisco a quelli archeologici soprattutto, sono sacrari semi-deserti in cui vengono custoditi dei capolavori. Il MANN (Museo Archeologico Nazionale di Napoli) è forse il più bel museo archeologico al mondo. Fatte salve le visite delle scuole, il numero dei visitatori è di gran lunga inferiore alle sue potenzialità. Perché?

Perché è pensato per gli archeologi, e non per i cittadini.
I servizi educativi e per il pubblico sono ridotti ai minimi termini. Il ciclo annuale “Incontri di Archeologia” ha una programmazione mista tra scientifico ed educativo, ma presenta molti limiti: il primo è l’occasionalità di queste eventi. Non vi è una programmazione precisa, ma ogni evento è fine a se stesso, senza continuità. Anche i bei video realizzati da Snack sul Museo sono stati un episodio, senza un poi. D’altronde, essi avevano sì il pregio di rendere pop l’archeologia, anche a chi non ne capisce, ma non davano molti altri spunti per visitare il Museo, se non la collezione, che per tipologia e allestimento è molto scientifica e dunque per un circolo ristretto.

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Tuttavia, nonostante il programma poliedrico, che prevede anche incontri con artisti contemporanei, esso non è affatto comunicato. Proprio ieri parlavo con un’amica che da piccola veniva portata al MANN per seguire le attività didattiche: lo sapeva perché sua madre conosceva uno che vi lavorava. Altrimenti non c’è pubblicità, né tradizionale né sui social: si campa di passaparola, che a quanto pare funziona male.

Proprio sui social il MANN è molto indietro. Non esiste una pagina su fb; vi è solo un gruppo, quello dei servizi educativi, che per giunta è chiuso agli utenti, come per paura che si possa venire a sapere.
E aprirsi un profilo facebook o twitter nemmeno basterebbe. Bisognerebbe essere sempre presenti, comunicare con l’utenza, coinvolgerla, pubblicarne gli eventi. Insomma, bisogna far sentire il cittadino parte integrante del museo.

Ciò che non passa per la testa di Soprintendenti e direttori, spesso ingabbiati in logiche pre-repubblicane, è che il Museo deve essere un centro culturale, e non solo un centro studi.
Innanzitutto, perché è pagato con i (pochi) soldi pubblici, quindi di tutti. Ed è suo obbligo essere il museo di tutti.
Al MANN manca un bar, un ristorante (si parla di uno in costruzione da un decennio), una sala conferenze. Tutti servizi che porterebbe persone al museo.
Perché non affittare una sala conferenze a chiunque voglia in una cornice spettacolare come quella del MANN? Perché non cenare lì, o sedersi ad un bar? I musei stancano e i punti di ristoro sono importanti.

Se a questi servizi si aggiungesse una rete d’iniziative per i bambini e adulti, con target predefiniti, opportunamente comunicata e solida nel tempo, esso diventerebbe meta anche di chi dell’archeologia se ne infischia, ma magari col tempo potrebbe legarsi, perché lì condividerebbe molti momenti della sua vita.

Quali sono i vantaggi? Un museo di ricco di persone e con incassi più alti, la possibilità di lavoro per i servizi e soprattutto per tutte quelle piccole imprese, le start-up, spesso di giovani archeologi, che si occupano di servizi educativi e di guida all’interno di un museo sulle civiltà classiche. Si integrerebbero liquidi ai sempre più esigui fondi pubblici.
Certo è che attualmente un museo nazionale non può trattenere i suoi introiti, che finiscono al Ministero del Tesoro, e si spera che una nuova normativa permetta questo per i musei e i siti più importanti.
Perché un museo più ricco è un museo più aperto, più fruibile, con più persone e più amato, fonte di lavoro e di turismo, che porta ricchezza nel territorio. 

E proprio riguardo la fruibilità del museo, ritengo che sia uno spreco di tempo e danaro tenere aperto il MANN (e come lui la stragrande maggioranza dei musei italiani) dalle 9 del mattino nei giorni feriali. Le persone vanno al museo la sera, dopo il lavoro, e nel week end. Al museo si potrebbe fare l’aperitivo durante una conferenza, o vedere un film, fare una tavola rotonda, o presentare un libro, un disco.

Inoltre, un museo visitato e famoso, che crea un brand, un marchio riconosciuto in città, nel paese e all’estero, attira l’attenzione di capitali privati, di aziende e filantropi, di associazioni che vi costituiscono intorno (come quelle del Louvre e del MoMA) per sostenerlo.

Ma questa è fantascienza: è ciò che succede all’estero e non qui. E non solo perché vi sono pochi fondi pubblici, e una lenta burocrazia. Ma soprattutto perché tutte queste idee non sono nella testa dei dirigenti di questi musei, eccellenti studiosi ma spesso pessimi amministratori. Non sono nella testa del Ministero, né dei Soprintendenti, che hanno il potere assoluto sui beni da loro governati: se capita un buon Soprintendente, allora si avrà un patrimonio più fruibile, altrimenti no. E non è nemmeno nella testa di molti professori universitari, che impartiscono agli studenti l’idea di un museo come luogo adibito allo studio, e dove l’utente non può non amare e condividere quello che l’archeologo studia in un decennio.

Se vogliamo salvare il nostro patrimonio e aumentare le occasioni di lavoro, le nuove generazioni di storici dell’arte e archeologi devono saperne di economia, amministrazione, comunicazione, marketing, e tutto ciò che serve a gestire enti che fatturano anche un milione di euro (come la Reggia di Caserta).
E soprattutto dovranno avere una nuova mentalità, che guardi e pensi al pubblico e non alla stretta cerchia degli specialisti. Non è solo necessario per motivi economici: è un dovere civile.

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Fonte: http://www.svegliamuseo.com
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