Immobilità – too young to die worker

Crisi viene dal greco krino, che vuole dire “separare”, “scegliere”. Per i filosofi Platone e Aristotele vuol dire, appunto, “discernere”, “giudicare”, e in campo giuridico significa “risolvere un processo”. Più in là nel tempo prenderà anche il significato di “pensare”, “credere”, “decidere”. Al medio può vuol dire anche “giungere alla fase critica”, come appare in Diodoro Siculo.
Dalla sua radice, d’altronde, discendono l’italiano criterio e il greco kritès, “giudice”.

Crisi è allora una parola che indica la scelta, il saper discernere le cose, dunque farsi un’opinione, basarsi su dei criteri che possono derivare solo dall’attenta osservazione della realtà. La crisi sembra, se vista nella sua nascita, un momento in cui decidere da che parte stare, cosa fare, in un’accezione più neutra rispetto alla nostra. Sebbene fare delle scelte sia sempre difficoltoso, e a volte doloroso.

Mi ha sempre affascinato il modo con cui i greci chiamavano la loro crisi, intesa come sociale: stasis. Per i filosofi vuol dire “immobilità”. Può significare anche “stazione” o “caserma”, ma è il suo significato più esteso ad essere maggiormente usato dagli antichi: “assetto”, “direzione”, ma anche “posizione”, intesa come salda, quindi “dottrina”. E’ curioso che per gli storici voglia dire anche “partito” o “fazione”: che sia forse un partito poco incline al dialogo?
Ma è presso i tragici che assume il significato di “sedizione”, “lotta”, “contesa”, “discordia”, e nel linguaggio giuridico è la “disputa”.

Sarà questa accezione a fare fortuna, e che in realtà era già presente negli storici come Erodoto e Tucidide. La stasis è quel disagio sociale che genera lotte intestine, avvento di tiranni, emigrazione. A scuola insegnano a tradurre “discordia” o “contesa”, come sopra, ma è bene notare che essa è strettamente legata all’immobilità: la parola deriva da istemi, verbo greco che trasmigra in latino e diventa sto (stas, steti, statum, stare), per poi arrivare in italiano “stare”. Ma mentre nella nostra lingua indica il semplice permanere in un luogo, in greco e latino vuol dire stare in piedi, fissi, immobili, come conficcati a terra.

Stasis è quella dei cittadini di Tera, oggi Santorini, che furono costretti a lasciare la loro isola perché lì loro, giovani emergenti, non avrebbero potuto trovare spazio, ed emigrarono in Libia. Stasis è quella che vivono le città di Corinto e Atene, nel sesto secolo: il crescere di nuove figure politiche, di nuove classi sociali, di giovani che vogliono il loro spazio. Questa tensione, alimentata dalla ritrosia della classe dirigente a concedere privilegi, sfocerà nelle tirannidi dei Cipselidi e dei Pisistratidi, concluse entrambe nel sangue, come prevede lo schema aristotelico.

La società greca prevede di essere sempre primi e superiori agli altri (Iliade VI, 208).

In queste settimane ho incontrato potenziali datori di lavoro, colleghi, consulenti. Mi è capitato di parlare con un uomo che avrà avuto vent’anni in più di me, pubblicista e addetto stampa, col sogno da bambino di fare l’archeologo, poi il giornalista di giornale, entrambi falliti. Lo ascolto attento, temendo che in uguali condizioni si generino uguali conseguenze. Gli racconto dei miei progetti e che avevo fatto domanda per un concorso di ufficio stampa per la Camera dei Deputati: “Vero? Anche io ho fatto domanda, ma vogliono solo giornalisti professionisti”, mi dichiara un po’ mesto.

Qualche giorno fa incontro un giovane professionista di 24Ore Cultura. E’ appena diventato padre, mi racconta quanto questo lo abbia stressato e reso felice. Mi chiede del futuro, gli racconto le strade probabili, le possibili, le desiderate. Mi mette in guardia su molte cose: “sai, ho anche fatto domanda al gruppo RCS”, “Sul serio? L’ho fatta anche io! Ma tanto non ci prenderanno mai. Io per ora sto qui col contratto di solidarietà, ed è grazie all’INPS che arrotondo qualcosa, ma non posso pensare di stare qui, non abbiamo certezze per il futuro”.

Mi ha straniato parlare con persone di dieci, venti anni più grandi di me, con un lavoro e già esperienza, di futuro. Mi ha straniato condividere le stesse paure, incertezze, le stesse domande di lavoro. Sembrava si confidassero con me, ultimo arrivato, che trovassero qualcuno con cui parlare liberamente.
Proprio alla fine di uno di questi discorsi passa il direttore, la cui buona uscita è milionaria, mentre io resto solo nell’ingresso di Via Monterosa, senza un euro, senza futuro, derubato di soldi, tempo e sogni.

Questa è la vera crisi, la stasis, l’immobilità: si è fermato tutto, e ora ci guardiamo negli occhi, e ci scopriamo tutti allo stesso livello. Siamo la base del vortice, che cambia di una sola lettera dalla parola “vertice”, dove si trova chi comanda, chi guadagna, chi ha tutti i verbi coniugati al futuro.

I greci teorizzarono il problema, da uomini i cui tempi sociali erano enormemente più dilatati dei nostri. La stasis è l’ostinazione dei vertici a non concedere privilegi e spazio a chi emerge, e le conseguenze sono migliaia di giovani professionisti che, saliti su una trireme, cercano nuovi siti in cui farsi una vita. O peggio, è la demagogia del dittatore, il potere dato a un uomo considerato “del popolo”, che prometterà una pace sociale che non arriverà mai.

I plebei di Roma riusciranno in quello in cui erano falliti i Messeni con Sparta: incrociare le braccia, pretendere più spazio, più diritti. Ma in un epoca carente di Menenio Agrippa, a noi cosa resta da fare? Discernere, o la lotta, o l’immobilità.

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