Xenìa – storie di viaggiatori, mercati e quartieri

A Torino il sabato c’è il mercato di Porta Palazzo, dicono il più grande d’Europa. E’ un dedalo caotico, a prima vista. La parte esterna è dedicata a frutta, verdura, oggettistica, corredi, intimo e vestiti. Il terreno se lo spartiscono nordafricani e italiani coi loro diversi accenti, spalleggiandosi l’un l’altro.
Bisogna incunearsi, spingere, oltrepassare, evitare, spostare, contrattare, litigare, tra le battute dei mercanti, le urla, le allusioni alla ragazza che passa. Al coperto il mercato della carne e dei salumi e, soprattutto, quello del pesce: i pescivendoli ti aspettano ai lati, ti tirano il braccio, ti offrono l’impossibile, e non è raro fare un affare d’oro il pomeriggio, prima della chiusura, per andare a casa tutti più contenti.

Poi la sera via Roma cambia volto. Al Torino Film Festival arriva un pezzo di Napoli, con “Il Segreto”, documentario di Cyop&Kaf. Nella sala, tra le prime file, ci sono i ragazzini protagonisti del film. E’ la storia delle loro avventure per procacciarsi gli alberi di natale da bruciare il giorno di Sant’Antonio Abate il 17 gennaio, nel loro “segreto” nei Quartieri Spagnoli. Sono ragazzini che non hanno più di 14 anni, e si vedono per la prima volta: “è il film più bello che abbia mai visto”, confessa uno di loro agli organizzatori del festival.
E’ una Napoli senza retorica e pregiudizi, una telecamera discreta che segue questo micromondo, le sue scorribande, le sfide con altri gruppi per fare il fuoco più bello.

Restare per vedere il film ha il suo premio. Non ho dove dormire, e mi viene offerto un letto e una casa calda da Paolo, amico di amici, che non esita due volte ad accogliermi. Dopo lo spettacolo si va a casa. Mi offre da bere un liquore, mentre fuma.
Xènos è la parola greca per indicare lo straniero. Ma l’aggettivo, al plurale neutro, indica i doni per gli ospiti. Il sostantivo, Xenìa, è l’usanza di ospitare gli stranieri, i viaggiatori senza dimora. Perché là fuori il mondo è freddo, solitario, e domani potresti essere tu a bussare.
Lo straniero è un dono, e va ospitato.
Mi offre del liquore in un piccolo calice, uva sudore della fronte. Lo skàfos è il termine greco per indicare la coppa per il vino, ma indica anche la nave. Si è compagni per una notte, come di una traversata, sul mare color del vino.

Orsù, muoviti con la coppa tra i banchi della nave veloce,
e togli i coperchi dagli orci panciuti,
attingi il vino rosso fino alla feccia; infatti non
potremo stare sobri in questa veglia. 

Beviamo, ed esce. Al mattino, quando me ne andrò, non sarà tornato ancora.
E’ questa la xenìa, l’ospitalità: dare e condividere.

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