Da sud a sud

722 km, 10 ore, quattro regioni, quattro persone, un mare, un’ auto e tutta la notte. 

Alle 22.30, secondo programma, partiamo. In auto abbiamo due sconosciuti, Luca e Maria, conosciuti su blabla car e che sembrano a posto: il primo è un tipo tutto preciso, occhiali e magrolino, si presenta con un trolley e un pacco di cibarie: studia scienze politiche a Pisa ed è di Nocera, come l’accento sottolinea. La seconda è una laureata in Agraria dai pantaloni coloratissimi e larghi, le scarpe aperte e un top verde come gli occhi: zainone sulle spalle con tenda annessa, e confezione di mozzarelle in mano, con birra fatta in casa. Ci carichiamo questi due micromondi e partiamo.

Prima di allora mi collegavo ai due estremi del vecchio regno con un intercity che portava il nome di Matilde Serao o di Peloritano, come i monti che attraversa. Il treno sfrecciava da Salerno a Sapri all’interno del Vallo di Diano, la più incontaminata valle campana. Poi verso la costa, lungo il Capo Palinuro, le fortezze di Policastro e risalendo sopra Maratea, con uno sguardo al Cristo e uno al mare. E giù per la Calabria, la stretta striscia di terra che parla di tirreni e ionici, calcidesi e achei, con al centro enotri e siculi, assiepati sui monti per controllare gli uomini che vennero dal mare. Di lì il mare non si perde più di vista: la ferrovia s’inchioda tra i monti di Sila e Pollino e il mare. Quattrocento chilometri di spiagge deserte d’inverno, accarezzate dal mare spumoso e tranquillo, e i paesi addormentati dall’altro lato, coi loro alberghi osceni abbandonati, e le auto sonnacchiose che, a fatica, si spostano. Man mano che ci si avvicinava all’imbarco, il treno saliva e il paesaggio premiava il viaggiatore della sua scelta, fino alla galleria di Scilla, quando il treno sbucava su un ponte sospeso sul mare, in una curva, regalando lo scorcio delle Eolie e del Castello di Scilla. Ed eri contento di essere tra terra e mare, ospite di un Sud che ti mostrava guscio e polpa di se, i lavori dei campi e quelli del mare, reti e zappe come strumenti d’identità da più di tremila anni.

La strada per Sala è scorrevole, a conferma della bontà dell’idea di partire di notte. Film, politica, religione, esperienze personali, università, tu dove vai? Si parla molto. Luca va a Gibellina, dal coinquilino a Pisa; terra di Elimi, il popolo evanescente della Sicilia occidentale, che strinse patti coi Cartaginesi di Palermo, Trapani e Mazara per resistere ai Greci che da oriente si espandevano con Agrigento e Selinunte. Ma è un ricordo lontano: la cittadina non è più il nodo tra Segesta, città punico-elima che imita quelle greche, e Erice, città santa di questo popolo. Oggi vi è il sudario in pietra di Burri a ricordare, come solo la pietra può in modo così permanente, la tragedia del terremoto.
Archeologia dell’archeologia, diremo un domani.
Maria va ad Alcamo dal ragazzo, nell’interno tra Palermo e Trapani. E’ terra di vigneti, formaggi e di poesia. Ne immaginò le colline Dante, quando omaggiava con le rime siciliane i maestri di questa terra, tra tutti Cielo, che una rosa regalò alla sua amata.

Da Napoli a Villa facciamo tre soste: si può apprezzare il cambiamento di accenti, e disprezzare il sapore dei caffè. La strada è vuota, solo qualche auto e alcuni tir. Qualcuno di questi, forse a causa di consegne che non ha potuto espletare nei tempi previsti, sfreccia oltre i 130 orari, traballando sotto il peso dei container, finché una gazzella non lo inibisce.
In sei ore siamo a Villa San Giovanni: un’ora e mezza per imbarcarci, sotto lo sguardo seccato e autoritario degli addetti ai traghetti. Mani ai fianchi, occhiali da sole sulla testa e camicia blu; sembrano i cugini idioti dei chips americani, ma non sanno di sembrarlo.

Ho attraversato lo stresso molte volte, e sempre sulla nave delle FS, ma mai all’alba. Il sole sorge alle spalle della Calabria, e irraggia la Sicilia a circa tre km di distanza. Un braccio di mare in cui le acque, molto tranquille, si scontrano lungo la faglia che divide la crosta europea da quella africana, di cui la Sicilia fa parte. Qui si creano dei piccoli mulinelli, e il livello del mare è leggermente diverso: la parte europea è più alta, e ricade su quella africana. Che strano a vedersi: due correnti ad altezze diverse e che vanno in direzioni diverse; un tempo erano terrore dei pezzi di legno che galleggiavano lungo lo stretto, anche per esperti navigatori come i Calcidesi, che per primi si avventurarono in Occidente. Fondarono Reggio e Messina, città gemellate da sempre, perché in condivisione dello stesso territorio, pronte a darsi man forte quando sibariti, catanesi, crotoniati o siracusani volevano mettere le mani sullo Stretto.
Entrando nel porto di San Raineri, ricordo queste storie, e il nome che i greci diedero a Messina: Zankles, ovvero falce, perché il porto si estende come una mezzaluna, e sembra avvolgerti mentre vi entri.

E’ l’alba, e schizziamo sulla Messina – Palermo, che finalmente assomiglia ad un’autostrada. Due ore e siamo alle porte di Palermo, e poi un’ora fermi nel traffico palermitano. La strada, se carente di stazioni di servizio, offre una lunga striscia di mare per tutto il percorso, con le ombre delle Egadi che ti seguono, e i Peloritani prima, i Nebrodi dopo, come giganti in pietra per ricordarti che sei in un microcontinente, non su un’isola di uno Stato.

Palermo è già sveglia quando lasciamo i nostri compagni ai loro amici. Io ho sonno, sonno da morire: dieci ore di viaggio no-stop.
Voglio andare a dormire, quanto prima, perché ho sognato così bene, che ora sono stanco.

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