Se una notte d’estate un viaggiatore (manifesto del viaggiatore)

Il viaggiatore è una persona sola. Non si rende indistinto in una massa, ma viaggia con gli altri viaggiatori come singola unità, raccogliendo in sé l’intero viaggio. Ogni viaggiatore, se possiamo dare una definizione, è portatore del viaggio che intraprende.
Il viaggiatore è in viaggio, sempre. Non lo inizia, né lo termina, perché il viaggiatore torna sempre; ogni meta è solo una tappa.

Il viaggiatore è un calviniano convinto: ogni viaggio è programmato in base a una domanda. Non gli interessano le sette o settantasette meraviglie di una città, ma la risposta che la città può dare a quella domanda. Non si perde negli stronzai per turisti, nei ristoranti di massa, nei bookshop, nelle tappe forzate. Predilige la sosta, la perdita di tempo: il lungo caffè preso al bar, a osservare i passanti, le belle ragazze, i bimbi che giocano. Predilige la parola scambiata col parroco della chiesetta, la battuta con l’autista, il gravoso silenzio delle pietre.
Andrà al museo se vorrà, vedendo ciò che vorrà. Non ha una guida, il viaggiatore.

Il viaggiatore assume come suo il monito di Ernesto Guevara: el derecho al vagabundeo, a la aventura, a la utopía y al romanticismo. Egli ha diritto a non avere una cartina, al perdersi, anche a non avere una meta. Ha diritto all’imprevisto, così come ha diritto a mete che non esistono: il viaggiatore deve sempre ambire, nella sua personale geografia, a raggiungere due o tre posti immaginari, o leggendari. Non è necessario che esistano sul serio, basta solo che procurino il viaggio.

Perciò il viaggiatore si pone una meta, per fare un viaggio. Come il navigatore di Kavafis, tende ad un Itaca qualsiasi, purché gli procuri il viaggio, essenza precipua perché il viaggiatore esista. Mentre i turisti spostano i loro corpi, pesi morti, di meta in meta, di albergo in aeroporto, preferendo gli aerei alle strade, il viaggiatore sa che il viaggio è l’unica momento vero della vita. Ha i calli sotto i piedi, il fango tra le unghia, il sudore che gli brucia la schiena. Batte i sentieri, si arrampica su pendii impervi, perché sarà più grande la gioia nel vedere il mare. Una volta sulla spiaggia si tufferà nudo, perché è solo.

saramago

Il viaggiatore ha memoria. Da ogni viaggio tornerà pieno di spazio e tempo, perché il viaggiatore è un contenitore. Ogni esperienza lo forma, e lo prepara ad un altro viaggio. Le sue memorie sono cartine per altri viaggiatori, e bussole per quando sarà in sosta. Tuttavia il viaggiatore non termina mai il viaggio, come disse un portoghese.

Il viaggiatore porta con sé più volentieri un quaderno che un libro. Non si possono intraprendere due viaggi in uno, non sarebbe corretto nei confronti di entrambi. Ogni libro è un viaggio, e ogni viaggio è una storia da raccontare. Il viaggiatore ha diritto a prendere appunti, disegnare, fotografare, lasciare tracce o non lasciarle, incidere, prendere pietre, lasciare lettere, messaggi in bottiglia, foto. A volte anche il cuore. Il viaggiatore è cronista e cronaca, attore e regista. E’ soggetto e oggetto stesso del viaggio.

In ognuno di noi c’è l’inquietudine della fuga, l’intolleranza dello spazio chiuso, del consueto. In ognuno di noi l’esploratore cerca di sopraffare il cittadino per portarlo in strada, via. Così dice un muro. Il viaggiatore non è un cittadino. Egli vive fuori le mura della polis, nella chora dei contadini, negli eschatià dei satiri e dei centauri, lungo le spiagge delle sirene e le isole delle arpie: terre del pericolo e dell’avventura, dove i santuari, pietre degli uomini, sono i tetti dove ripararsi e pregare. Il viaggiatore ha un forte senso del sacro per i territori di confine. Egli pratica la prossenìa, ovvero è ambasciatore degli stranieri, e la xenìa, ospitale verso chiunque. Non ha armi, né insegne, né passaporto. E’ nudo agli occhi dei cittadini.

Il viaggiatore, infine, rivendica il diritto allo stare fermo, al non viaggiare. All’attesa, non di un Godot, ma al concetto stesso di attesa come di viaggio. Le attese sono insiemi di nostalgie, viaggi nel passato. Crede nel diritto alla contemplazione, e alla non produttività: le lingue del mediterraneo parlano di lavoro come fatica, trabajo (travaglio), doulìa (schiavitù). Non lo si tacci di improduttività, però. Il viaggiatore ha scelto come capitale la letteratura e l’arte, come merce la parola, come acquirenti gli uomini e le donne. Egli è mercante di cose preziose.

Di qui, le parole di Saramago in conclusione del suo Viaggio in Portogallo, che ritornano in queste righe sin dall’inizio. Perché il viaggio è anaklysis, ciclo infinito.

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13 thoughts on “Se una notte d’estate un viaggiatore (manifesto del viaggiatore)

  1. A proposito di travaille/trabajo/travaglio, un prof di francese mi disse che derivano dal “tripalium”, (dovrebbe essere) uno strumento di tortura medievale. A te la verifica =P

  2. great! complimenti! detto da una grande viaggiatrice ora in attesa… forzata. che cerca tutte le bellezze dell’attesa

      1. thanks! ce la metto tutta, anche se non dipende solo da me. magari… starei già facendo i salti mortali. ciao e complimenti ancora

  3. Ciao,
    complimenti per l’articolo. Bellissimo

    Sapreste dirmi di chi è la frase “In ognuno di noi c’è l’inquietudine della fuga, l’intolleranza dello spazio chiuso, del consueto. In ognuno di noi l’esploratore cerca di sopraffare il cittadino per portarlo in strada, via” ?

    Grazie mille

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