Vivere e morire a Casoria

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da Napoli Monitor n. 53 – Marzo/Aprile 2013

«Chist’ è nu vic’ e mmerd, chine ‘e gente ‘e munnezz!», gridava Antonio, con una voce forte, così che tutti lo ascoltassero. Appoggiato alla finestra del suo basso, i gomiti sul muretto, Antonio diceva a via Firenze e a via Genova cos’è che non gli andasse. Altissimo, pelato, fisico possente, col viso corrucciato da una pesante montatura di occhiali e da una barba sempre in ricrescita, Antonio la faccia ce la metteva e la finestra era il suo mezzo di comunicazione, diretto ed esplicito.

Le urla di Antonio non era le uniche che uscivano da quella finestra: per la moglie Rosaria era il suo modo di comunicare coi figli, troppo grandi per poterli tenere a bada, troppo piccoli ancora per riuscire a star fermi. Raramente si esprimeva in italiano, ma non tollerava che i figli non studiassero: tre ragazzi che, già a tredici anni, si attestavano sui centosettantacinque centimetri. Tre gemelli, identici nel viso alla madre e nel corpo al padre. Si muovevano sempre assieme alla madre e a un supersantos, mentre Antonio rincasava alla sera, dopo la giornata di lavoro all’edicola.

Antonio si era eletto custode del buon costume di quelle due strade, nel centro moderno di Casoria. Era l’assessore alla bona crianza, lo sceriffo del quieto vivere: «Purtroppo ccà s’adda parlà n’faccia, s’adda essere prepotenti: avimm’ a che ffà cu gente malamente», diceva. Certo non avrebbe potuto fare il diplomatico, soprattutto da quando nel palazzo viveva un pregiudicato che riceveva le visite periodiche dei carabinieri e che non disdegnava di usare la sua attitudine di guappo anche dal fruttivendolo del quartiere, per prendere frutta gratis o persino per sorpassare nella fila le vecchiette che al mattino facevano la spesa. E non mancavano i battibecchi per il posto auto, soprattutto quando il dirimpettaio, un omaccione grasso e dalla camicia aperta per metà, parcheggiava il SUV bianco proprio all’inizio della curva, o su un lato della strada sotto divieto di sosta, così da rendere impossibile il transito. Antonio si scontrava de visu, non era tipo da chiamare le forze dell’ordine: sbrigare la cose subito, in modo diretto.

Il suo sfogo risultava una delle poche voci che si alzavano al di sopra di un torpore diffuso, in un quartiere tramortito, di ottantamila abitanti e un mare di case, nient’altro che case. In fondo, persino giocare a pallone è difficile, a Casoria: le strade sono un coacervo di fossi e dossi, battute da migliaia di auto ogni giorno. La città è infatti un crocevia tra Napoli e la provincia nord, fino ad Aversa. L’alto numero di magazzini, centro commerciali e per ultimo un multi-cinema hanno aumentato il traffico fino a raggiungere medie da capoluogo. Da ragazzini, per dare due calci a un pallone, si andava “dietro le traverse”, e precisamente “addo stev’ a Sip”: si scavalcava un muro, superando una ferraglia acuminata, si faceva un bel salto, ed ecco che si era proiettati in un piccolo Camp Nou. Una vasta distesa di terra abbandonata, un tempo sede di una centralina della Sip, e ora invasa da erbacce e ridotta a discarica comune. Nonostante i pericoli, era un’attrazione irresistibile, soprattutto in un territorio deserto, che dopo la messa della domenica alla chiesa di S. Mauro, non offriva altro.

Antonio non si fidava di mandare i figli lì, né di lasciarli per le strade di Casoria. E allora la madre Rosaria se li portava con sé, e col pallone, per tenerli sottocchio. Casoria è un rodeo per motocicli di ogni sorta: qui fioriscono bar, centri scommesse e solarium, dove si accalcano i ragazzi per l’ora dell’aperitivo, tanto alla sera quanto la domenica mattina. È l’usanza, infatti, parcheggiare la propria Audi nera, con i finestrini oscurati, sul marciapiede, per poi entrare nel bar. A Casoria non c’è un solo pub. Negli ultimi vent’anni, almeno una decina avranno tentato l’impresa di aprire nel centro moderno, ovvero lungo la “sannitica”, come qui chiamano via Principe di Piemonte, asse che collega Napoli ad Arzano. Nessuno di questi ha superato un anno di vita. Tutti chiusi, nonostante l’alta affluenza. I pub sono per Frattamaggiore e Cardito, ma non per Casoria. Persino un bowling ne fece le spese, con ostinate e alterne aperture, fino alla chiusura definitiva. Era un luogo perfetto per un adolescente: dalla pista di parquet su cui lanciare le pesanti sfere, ai videogame, al biliardo. Non molto, rispetto a un parco o a un campetto di calcio, ma in questo territorio che affoga nel cemento era un momento per socializzare. Poi arrivarono i grandi centri, la Galleria Marconi e Il Centro, e finì anche questo. Restarono le serate all’Uci Cinemas, poco fuori la città. La provincia nord ne conosce molte di queste aree: il Centro Campania, il Vulcano Buono e, sempre a Casoria, proprio intorno all’Uci Cinemas, Decathlon, MediaWorld, Emmezeta. Casoria come gigantesco dormitorio e centro commerciale, del dormire-spendere, senza nulla in cambio. Antonio non poteva permettersi questo tempo libero, perché all’edicola ci andava anche di domenica, riservando spazio solo per il Napoli, momento in cui si riuniva tutta la famiglia.

Rosaria non vide bene chi era, dall’interno dell’edicola. Forse la stessa persona che Antonio aveva redarguito il giorno prima, per aver tentato di rubare dell’uva in un terreno accanto all’edicola. Pensò di accasciarsi sul cadavere del marito, sparato in pieno volto. Il sole d’agosto è più cocente in città, e forse di domenica ancora di più. L’asfalto ribolliva, nel silenzio dell’alba, ad un incrocio tra Casoria ed Afragola. “Era un bravo uomo”, gridò la madre, battendosi i pugni al petto, dinanzi al feretro del figlio. Non si è saputo, a distanza di due anni e mezzo, chi abbia ucciso Antonio Coppola. Non si è più sentita una sola voce, da quella finestra.

Kalashnikov vs pistola

Il rilievo dei Carabinieri, l’area delimitata e circondata da giornalisti e persone, con gli ombrelli spiegati sotto la pioggia, nel centro del paese. Tarda mattinata di inizio autunno, e tra i bossoli di kalashnikov giace un corpo a cui è appena stato dato un nome. Poche ore prima il furgone portavalori pigramente incedeva tra il traffico cittadino, diretto all’Unicredit di via Marconi, lungo l’asse che collega Napoli alla provincia. I negozi aperti e le signore che vanno a fare la spesa. Gerardo e Pino scendono dal furgone, per entrare in banca: salutano Bruno; oggi di turno è lui. Sono tutti dell’agro nocerino, vigilantes con esperienza, abituati ad operazioni del genere: trasporto di valori, entrata e uscita dalla banca scortati, i saluti e le azioni convenzionali. Sono appena entrati, quando, voltandosi, Gerardo vede Bruno irrigidito dinanzi alla canna di un AK–47, un kalashnikov. Si tratta di un’arma da guerra, e anche chi è abituato a maneggiare armi resta attonito. Si vedono in zone di guerra, armi di cangaçeiros, terroristi, hezbollah, narcotrafficanti colombiani e pirati filippini, ma anche rivoluzionari zapatisti e difensori di terre promesse. Il kalashnikov si è spesso prestato a essere testimone e coprotagonista di azioni storiche, che all’uomo è rimasto di definire ora leggendarie, ora tragiche. Gerardo capì che quella era la misura della gravità di ciò che stava accadendo, nel vedere l’amico paralizzato, quando la porta della banca era ancora aperta, permettendo all’uomo armato di entrare.

I due figli andavano a scuola, con l’orgoglio di un padre con l’uniforme. Le guardie giurate sono diffusissime in Campania, e a Casoria non mancano, sebbene casi di rapine in banca si perdano nella memoria. Sembra che questo lavoro, tanto può essere l’orgoglio che reca ai familiari da farne dimenticare la pericolosità: le rapine in banca ci divertono nei film di Leone. Persino i banditi possono snobbare Casoria. Nell’ottobre del 2010, invece, nel giro di pochi giorni Afragola e Casoria furono colpite da una banda di cinque uomini, specializzati in rapine in banca. Gerardo non pensò all’addestramento, né ad una pacifica resa. Forse vide in quell’arma puntata un’azione non solo intimidatoria, ma anche assassina, e pensò di poter essere più veloce. Ma quando un uomo col kalashnikov incontra un uomo con la pistola, l’uomo con la pistola è un uomo morto. La scarica è semiautomatica, ma brevissima. Basta a perforare il torace di Gerardo, le gambe di Pino e quelle di un cliente, a metà mattina. Da fuori Bruno si accorge di un altro furgone, che lo tiene sotto tiro. Rapidissimo, l’uomo col kalashnikov esce dalla banca con i soldi, e scappa sul furgone dei complici. Poi altre uniformi, quelle di Stato, attorno a Gerardo Citarelli, quarantenne. Le indagini e i rilievi, la posture rigide fuori la banca, mentre arrivano le telecamere.

Un colpo alle spalle

Carabinieri e vigilantes li si trova spesso assieme. Così, all’alba di un capodanno, il caffè più famoso della zona – il Business Cafè – vede anche loro tra i clienti che affollano i banconi per una colazione. Fuori la strada le auto di lusso degli avventori su cui stare appoggiati a bere un drink, con sciarpa leggera intorno al collo e scarpe a punta, accompagnati dalle loro signore reduci dalle feste nei locali di Napoli. Al bancone si crea una coda per il caffè e il cornetto, o anche per una pizzetta; e guai quando il cameriere asiatico non comprende bene l’ordine della signorina un po’ annoiata, causa ora il trambusto, ora le indicazioni poco precise, quasi seccate. Scatta l’improperio del suo uomo, che usa il dialetto stretto, forse per meglio farsi comprendere più nel tono che nel contenuto. Ma tutto torna all’ordine, complice la gentilezza del cameriere. I tavoli sono quasi tutti occupati, con sedie eleganti e ornate di cuscini, e tavolini in legno pregiato. Il locale è molto illuminato, con lampadari in cristallo che pendono sulle teste, e le teche ricolme di dolci e rosticceria. I barman e i camerieri sono in tenuta impeccabile, persino coi guanti, e sempre molto gentili.

Alla cassa un giovane, forse il figlio del proprietario, che smista scontrini e sigarette in grande quantità. Poi arriva il proprietario, orgoglioso del suo locale riempito da tanti clienti: pantalone lungo a sigaretta, scarpe firmate, camicia aperta a metà, e sulle spalle poggiato un maglioncino. Allarga le braccia nel ricevere il saluto di tre vigilantes, piuttosto grandi d’età, che lo salutano con riverenza. Ma con loro si trattiene poco, perché due carabinieri hanno appena finito di prendersi il caffè e, accortisi del proprietario, gli vanno incontro; saluti calorosi. I tre s’intrattengono a parlare, in modo gioviale. I volti degli avventori sono seri, tuttavia: non si legge la rilassatezza che la situazione richiederebbe, ma c’è sempre un occhio che vigila, uno sguardo fuori, o all’interno, un guardarsi attorno che presagisce come un qualcosa che c’è, ma non si vede.

«Andrea! Andrea! Andrea! Andrea!» gridava la madre, sommersa dalla folla uscente dalla Basilica di San Mauro, nel centro storico, a pochi passi dal bar di famiglia. Il nome è ciò che resta quando tutto se ne va: su una lapide, l’epigrafe può limitarsi anche al solo nome. Il nome restituisce un’identità intrinseca, secondo Platone, e la condivide tra i presenti, tra coloro che restano. Allora il nome si fa memoria, s’incide nella pietra e nel metallo, perché sia monito. È inciso il nome di Andrea Nollino, nella Villa Comunale di Casoria, così come è inciso nelle centinaia di persone che hanno marciato nella fiaccolata per ricordarlo.

Già un paio di morti alle spalle si era lasciato il 26 giugno scorso, quando due scooter sfrecciavano sul selciato di via San Mauro, scambiandosi raffiche di proiettili. Alle otto Andrea alzava la saracinesca del bar, per una giornata come le altre. Il colpo, nel fuoco incrociato, lo coglie alle spalle, metafora involontaria del sistema camorristico. «Sanguinava e piangeva, perché aveva capito che stava morendo», racconteranno, come un epigramma sulla lapide della società.

Col sole già alto, e il freddo e il sonno che sopraggiungevano, la folla pian piano lasciò il Business Cafè, mentre il giorno si svegliava. Sparivano le auto lentamente, lungo uno stradone spoglio, costeggiato da terreni incolti, spazzatura e fabbricati abbandonati, e illuminato solo dalle luci del bar. I due carabinieri uscirono stringendo le mani al proprietario: «grazie, grazie ancora», dissero, e andarono via. Era iniziato l’anno nuovo.

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