Il mio lavoro

Faccio un lavoro bellissimo, e soprattutto perché non invidiato dai più. Non mi porta alcun compenso in denaro, e seppure lo farà, sarà sempre poco per vivere; e dunque nessuno vuole fare un lavoro così.
Di mestiere, in sintesi, mi pongo dinanzi ad un oggetto e mi chiedo: cos’è? com’è fatto? da dove viene? Cerco, e scopro una storia, e poi un’altra, e quindi storie di altre storie. A volte capita che mi trovi dinanzi alle persone, e faccio le stesse domande. Ma le persone decidono le risposte, mentre le cose no, anche se possono suggerirtele. Allora devo interpretare, dare un’idea, leggendo i dati, creando gerarchie d’informazione.
Qual è questo lavoro? Lo stesso di Erodoto, ma in versione francese: a Parigi il greco, che scrive “le cose che sa perché le ha viste” (Historiai), è tradotto come l’ “Enquête”, l’inchiesta, come se fosse un reporter, ma anche un cercatore: l’accento circonflesso nasconde un’antica s, come nella parola italia questua, ricerca, ma anche richiesta. In inglese la parola approda come quest, le cerche dei cavalieri, al servizio di signori o dame. Io dunque chiedo, ricerco, vedo, e dunque so. O almeno credo di sapere qualcosa, un frammento di una storia, chiusa in un’enorme matrioska.
Fatto ciò, devo raccontarla, perché vi sono e vi saranno sempre uomini che vogliono ascoltare storie, più o meno vere: ora viste (oida), ora ascoltate (akoué), a cui verrà voglia di fare altre inchieste, o semplicemente proveranno a sognare.

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